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martedì 31 marzo 2009

on the moon

una piccola favola, per iniziare a volare fin dal mattino.

domenica 29 marzo 2009

passi a tempo di pioggia

Sono circa le 2, ormai le 3, in un cambio d'ora perchè il Sole arrivi alla sera senza stancarsi prima di noi, per sentire l'aria addosso senza doversi coprire e riparare dal mondo.
Piove e per le strade l'acqua si mischia alla polvere, alle croste di corteccia, ai rami fini e sottili dei cipressi, a volte perfino sembra portare con sè una nota d'alloro.
Camminare sotto l'acqua giocando con le gocce, per smettere di stare rinserrati tra sè e sè.

mercoledì 20 agosto 2008

Finist Belfalco

-Babbo! Dalla nostra sorellina, di notte, c'è sempre qualcuno che parla con lei. Anche adesso!
Il padre si alzò e andò dalla figlia minore, entrò nella sua stanza, ma il principe già da un pezzo si era trasformato in penna ed era nella sua scatoletta.
-Ah, voi, linguacce, - si rivolse il padre alle altre figlie. -Invece di lanciare accuse infondate fareste meglio a badare a voi stesse!
Le sorelle maggiori vegliarono e vegliarono finchè una notte videro il falco entrare dalle finestra della loro sorella. Decisero di ricorrere ad un'astuzia.
Non appena fu buio con una scala salirono alla finestra della sorella e, tutto intorno, vi conficcarono coltelli affilati ed aghi acuminati.
La notte arrivò Finist Belfalco e per quanto si dibattesse non riuscì di entrare nella stanza. Si ferì il petto, si tarpò le ali. Ma la ragazza dormiva e non potè sentire.
- Addio fanciulla! - disse egli. - Se vorrai trovarmi, dovrai cercare oltre i monti e al di là del mare. E mi troverai solo quando avrai consumato tre paia di zoccoli di ferro e tre bastoni di ghisa ed avrai rosicchiato tre pani di pietra!
La fanciulla nel sonno sentì queste parole spiacevoli, ma non potè svegliarsi nè levarsi e continuò a dormire.

I miei gomitoli si srotolano dalla parte sbagliata. Tento un lancio, un passo, e il filo s'ingarbuglia, s'intriga tra i rami. Non c'è strega a cui chiedere, nessuna prova da superare, nessun ostacolo da ridurre in briciole.
Se pianti aghi e coltelli le ferite saranno la moneta di scambio. E allora di che ti stupisci?
Come Finist, l'unica cosa che resta da fare è aprire le ali, prendere slancio, volare lontano.
Resta pure coi tuoi coltelli. Sai che non li riporrai nemmeno per te.
Ferire e ferirsi, per quel che si è. Non per un gesto, nè una parola, ma tenere lontani per la propria essenza.
Che c'è qualcosa di profondamente sbagliato, ma quando siamo troppo vicini si smette di riuscire a vedere.
E allora non riesco a guardarmi, estranea e lontana.
Sento i coltelli ma non ricordo più dove li ho conficcati. E come sempre riuscirò a ferirmi e ferire chi si avvicina.
Come Finist, le ali lacerate faranno gettarsi in volo. Ma i miei coltelli sono penetrati fondi a terra, e dritti dentro al suolo mi terranno conficcata in esso.
Mi strazio le labbra per ridurle al silenzio, dalle loro gocce di sangue nessuna parola, che chi mi è caro non debba subire le mie paure.
Corpo inutile che non sa parlare, che diventa un peso da portare con sè, pesante e grave. Viso irregolare e composto male, che non sono gli specchi a saperlo riflettere. E ora resta scomposto e rotto, senza occhi da guardare che sappiano rimetterlo a posto, che lo schiariscano con lentezza, dolcemente attenti.
Sono conchiglie rosa quelle che tieni in mano, raccolte dal mare. Sono ancora cariche dei suoi umori e dei suoi sapori, sanno ancora far suonare leggero il vento che sa di sale.
Le tue parole come conchiglie ancora bagnate di mare, tra le mani per accarezzarmi il corpo.
Ma sono schegge, cocci e frammenti, e all'acqua che leviga restano fratture scomposte e tagli acuti a stridere e graffiarmi scivolandomi addosso, scivolandomi dentro, inerti senza sapere.
E cerco di non pensare e guardare il mare, a cercare il rosa madreperlaceo che riflette il cielo, ceruleo cupo che s'immerge nell'indaco.
Non penso e lascio che le onde mi bagnino, riescano a sommergermi, possano portarmi via. La sabbia non offre sostegno e ad ogni risacca posso solo sprofondare un poco in più, trattenere il respiro e sentire il sale che brucia forte.
Ci credi? Tu ci credi ancora?
Non riesco ad opporre resistenza all'acqua e ogni volta mi lascio sommergere.
Forse anch'io una conchiglia rotta in balia di scogli e sale, acqua che lava e porta lontano, porta via senza lasciarsi in ricordo.
Io e i miei coltelli, i miei coltelli che fanno male e portano lontani.
Finist Belfalco vola via senza parole e io non ho gomitolo per ritrovarlo, nessuna strega mi indicherà la strada.
Io sono i miei cocci di vetro. Io sono i miei no. Io sono i no che pronuncio e che mi vengono detti.
Stretti tra le dita per gocce di sangue, conficcati in gola per imporsi silenzio.
E lacrime strane sciolgono il tempo per un presente che non ha fine, fatto di no che uccidono lenti, no per sentirsi negati.
Sogni che non vengono e un sonno che giunge senza avviso, sotto un cielo troppo chiaro fatto di luna bianca e sgombro di nuvole. Addormentarsi piangendo e svegliarsi sotto la pioggia che viene.
Cocci di vetro per farmi male e farmi far male, senza riuscire a vederli, senza riuscire a sottrarmene.
Forse m'incanto troppo a vedere il sole che filtra e cangia, prisma fatto di bordi taglienti che spande la luce in colori vivi.
Ferma, senza capire nè riuscire ad andarmene, inseguo la luce bramandola per sentirmi viva.
Ma Finist Belfalco vola via, e io ho lacerato troppo le ali per potermi alzare in aria. Lame di luce filtrano tra i tagli e s'infrangono sulle gocce d'acqua che lascio cadere per terra.
Persone amate. Per ricordarsi che non si è solo vetro in frantumi, che talvolta i cocci di vetro sono piantati profondamente anche negli altri, e non sei tu a ferire ma sono i cocci conficcati sotto pelle a far sanguinare e piangere, anche se non riesci a vederli.
Persone amate per riuscire a guardare i propri cocci di vetro.
Persone amate nella piena luce del giorno.
[Finist Belfalco, fiabe russe]

domenica 8 giugno 2008

sorrisi che non sanno di esistere

Le città nascoste

Non è felice, la vita a Raissa. Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s'appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tutti i momenti le dita con il martello o ci si punge con l'ago, o sulle colonne di numeri tutti storti nei registri dei negozianti o dei banchieri, o davanti alle file di bicchieri vuoti sullo zinco delle bettole, meno male che le teste chine ti risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d'estate le finestre rintronano di litigi e piatti rotti. Eppure, a Raissa, a ogni momento c'è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall'alto dell'impalcatura ha esclamato: - Gioia mia, lasciami intingere! - a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto la pergola, contenta di servirlo all'ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata d'un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l'ultima siepe, felice lui ma più felice ancora il suo cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice di averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: "Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa di esistere".

[I. Calvino, Le città invisibili]

domenica 30 marzo 2008

credi di porcellana

Carta e bisogno di realtà. Che cose e pensieri assumano concretezza. Voglio dita a emanare calore, occhi a brillare in sguardi di luce che riflettano l'aria circostante, portata nuova dal vento leggero.

Spostarmi è sempre più faticoso, ogni volta serve più tempo per recuperare stabilità. Valigia riempita di immagini e desideri impronunciabili, assecondati solo in una vaga e improbabile possibilità di realtà. Non per me ho scelto stoffe e colori, il tatto ha guidato la mia scelta, un certo fremito che mi piace voler immaginare. Pensieri vaganti senza ordine, macchie colorate che s'intersecano e sovrappongono in zone franche in cui sospendersi dal mondo, fantasie, sogni distanti relegati in terre d'irrealtà.

"No, no" si disse Edward. "Non crederci. Non permettere a te stesso di crederci".
Troppo tardi.
Qualcuno verrà anche per te.
Il cuore del coniglio di porcellana aveva cominciato -di nuovo-
ad aprirsi.

[Kate DiCamillo]

Storie che colpiscono dritte al cuore, parole che vanno a scomparire davanti agli occhi, segni neri sulla carta che lasciano spazio alle immagini a cui le parole riescono a dare vita. Condotta con cura, con una dolcezza vigile e lieve, fino a commuovermi e sentire le lacrime scendere calde sulle guance, arrivare alle labbra e bere sale.
Desiderio di dolcezza che cresce, si fa strada, nucleo che assume l'immagine di una galassia, di una nebulosa vista da lontana nello spazio vuoto, stelle a splendere distanti.
Ma sento anche i vostri respiri in me, mi sostengono e scaldano anche se non bastano a colmare.

Va' via vuoto, lascia spazio a colori e respiri e abbracci.
Lascia spazio a me, e lasciami sognare.

domenica 16 marzo 2008

...speriamo mangi marzapane!

C'era una volta il lupo e i sette capretti, che finiva col lupo annegato nel fiume con le pietre nella pancia al posto dei teneri caprettini. Ma se il lupo avesse avuto anche lui dei lupetti? Allora loro sarebbero rimasti soli, senza papà. Come se la sarebbero potuta cavare?

C'era una volta una capra che aveva sette capretti. Nonostante le premure perchè non cadessero nelle trappole del lupo, i caprettini avevano scambiato le sue zampe sporcate di farina per quelle della madre e gli avevano aperto la porta di casa: lui ne mangiò sei. Il più piccino, quando la madre rientrò, le raccontò cosa fosse successo e la capra andò allora alla ricerca del lupo. Lo trovò, addormentato per la scorpacciata, e gli aprì la pancia per far uscire i figlioletti. Poi la ricucì, mettendovi dietro delle pietre pesanti e quando il lupo si svegliò e andò a bere al fiume, sporgendosi troppo cadde in acqua e affogò.
Tuttavia...

Anche il lupo era padre, e a casa lo attendevano i suoi sette lupetti, piccoli, ancora troppo giovani per cacciare e procurarsi il cibo. La capra allora, decise di prenderli con sè, e li allevò insieme ai suoi sette capretti. A tutti quanti dava tenera erbetta, e i cuccioli crebbero insieme come fratelli. Giocavano a rincorrersi intorno alla casa, e i lupetti impararono a riconoscere l'erba più verde, senza che mai venisse loro il pensiero di voler cacciare un altro animale.
Passò il tempo, i cuccioli divennero più grandi, e il vecchio zio lupo decise di andare a trovare i sette nipotini per vedere come se la cavavano senza il padre. Non sospettava che i lupetti fossero stati allevati da mamma capra, e mai avrebbe immaginato di trovarli a giocare con dei teneri e succulenti capretti. Quando arrivò e li vide rincorrersi nella radura con aria ridente, andò su tutte le furie e ululando fece fuggire i capretti e costrinse i piccoli lupi a ritornare nella casa del padre. "Ma cosa pensate, -disse loro- di poter giocare con quegli animali così deboli? Voi dovete cacciarli, e ucciderli, e mangiarli! Non potete giocare con loro!". "Ma sono nostri amici", gli risposero i capretti. E lo zio lupo "Vi proibisco di giocare con loro. Voi siete lupi, e i lupi cacciano i capretti. D'ora in poi resterò con voi, per vedere se vi comporterete come gli animali che siete. Non me ne andrò finchè non vi vedrò dar loro la caccia".
I lupetti erano disperati, non sapevano cosa fare e mai avrebbero potuto cacciare i loro amici capretti. E come fare poi a dire allo zio che loro non mangiavano carne, e che l'erbetta che cresceva lungo il fiume, vicino alle pietre bianche, era così dolce e tenera. Tristi e sconsolati non sapevano come risolvere la situazione, quando a un tratto un lupetto disse "Fratellini miei, mi è venuta un'idea. Facciamo così, andiamo nella città e chiediamo al pasticcere di fare per noi dei capretti di marzapane, grandi quanto i nostri fratelli capretti. Poi li nasconderemo nel bosco e quando lo zio ci chiederà di cacciarli noi ci butteremo su quelli di marzapane, così lui crederà che ci comportiamo da veri lupi e ci lascerà vivere in pace".
Così fecero, e quando i capretti di marzapane furono pronti li nascosero nel fitto della foresta. Poi andarono dallo zio lupo e gli dissero "Zio, avevi ragione, noi siamo lupi e dobbiamo cacciare. Oggi te lo faremo vedere, andremo tutti insieme nel bosco e cacceremo i capretti". Andarono, e quando furono lì iniziarono a correre tra gli alberi gridando "Eccoli lì, eccoli! Non ci scapperanno! Ecco, l'ho preso!". Si gettarono sulle statuine di marzapane e le mangiarono tutte, fino a riempirsi la pancia, e poi tornarono dallo zio. Lo zio lupo li guardò con soddisfazione, sorrise loro e gli disse "Mi ero sbagliato su di voi. Voi siete veri lupi. Non avete bisogno di me, posso andarmene sapendo che crescerete bene". E i lupetti "Sì zio lupo, siamo cresciuti, grazie per essere stato con noi e per averci spiegato come si deve comportare un lupo. Ti promettiamo che continueremo a comportarci bene. Tu va via tranquillo, non ti preoccupare".
Appena lo zio lupo ebbe lasciato il bosco i lupetti si guardarono e sorrisero, poi si misero a correre e tornarono dai loro fratellini capretti, a giocare a rincorrersi sulla riva del fiume, cercando l'erba più tenera intorno alla grande pietra bianca.

Ecco cosa succede a sentir raccontate troppe fiabe. Poi viene da inventarne di nuove, ma le fiabe sono così. Vivono perchè vengono raccontate e perchè vengono tinte dei colori di chi se ne impossessa.
Inventata assieme a mia madre in pomeriggi credo invernali, mi ricordo il forno acceso e le torte a cuocervi dentro.

morale: non tutti i lupi sono cattivi, quindi non rispondere "crepi" quando ti dicono in bocca al lupo. Magari era un lupetto della mia storia, ed era solo in cerca di marzapane...

venerdì 4 gennaio 2008

Ali

[Y. Mishima, Ali]

Curvati su te stesso. Circondati il torso con un braccio, cingiti così da raggiungere la schiena, solitario abbraccio. Sfila via una piuma dopo l'altra, lentamente. Uno strappo unico causerebbe troppo dolore. Pungenti ferite che bruciano all'aria, ma si chiuderanno. Pelle a restar nuda.

domenica 21 ottobre 2007

Guizzini e pesci rossi

..fiaba della buonanotte..

Guizzino

In un angolo lontano del mare viveva una famiglia di pesciolini tutti rossi.
Solo uno era nero come una cozza. Nuotava più veloce degli altri.
Si chiamava Guizzino.
Un brutto giorno un grosso tonno, feroce e molto affamato, apparve tra le onde. In un solo boccone ingoiò tutti i pesciolini rossi.
Solo Guizzino riuscì a fuggire. Nuotò lontano. Era spaventato e si sentì solo e molto triste.
Ma il mare era pieno di sorprese e a poco a poco, nuotando fra una meraviglia e l’altra, Guizzino tornò ad essere felice.
Vide una medusa piena dei colori dell’arcobaleno; un’aragosta che si muoveva come una ruspa arrugginita; pesci misteriosi che sembravano tirati da fili invisibili; una foresta di alghe che crescevano da caramelle variopinte; un’anguilla così lunga che, a volte, si dimenticava la coda; e anemoni di mare che ondeggiavano come palme nel vento.
Ed ecco che nell’ombra degli scogli e delle alghe scoprì una famiglia di pesciolini rossi proprio come quelli del suo branco.
«Andiamo a nuotare nel sole e a vedere il mondo,» disse felice.
«Non si può,» risposero i pesciolini, «i grandi tonni ci mangerebbero».
«Ma non si può vivere così nella paura,» disse Guizzino «bisogna pur inventare qualcosa».
E Guizzino pensò, pensò a lungo. E improvvisamente disse: «Ho trovato: noi nuoteremo tutti insieme come il più grande pesce del mare».
E spiegò che dovevano nuotare tutti insieme vicini, ognuno al suo posto.
E quando ebbero imparato a nuotare vicini, disse: «Io sono l’occhio».
E nuotarono nel grande freddo del mattino e nel sole del mezzogiorno, ma uniti riuscirono a cacciare i grandi pesci cattivi.

(Leo Lionni, 1992)