una piccola favola, per iniziare a volare fin dal mattino.
martedì 31 marzo 2009
on the moon
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plenilunjo
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domenica 29 marzo 2009
passi a tempo di pioggia
Sono circa le 2, ormai le 3, in un cambio d'ora perchè il Sole arrivi alla sera senza stancarsi prima di noi, per sentire l'aria addosso senza doversi coprire e riparare dal mondo.
Piove e per le strade l'acqua si mischia alla polvere, alle croste di corteccia, ai rami fini e sottili dei cipressi, a volte perfino sembra portare con sè una nota d'alloro.
Camminare sotto l'acqua giocando con le gocce, per smettere di stare rinserrati tra sè e sè.
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plenilunjo
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mercoledì 20 agosto 2008
Finist Belfalco
Se pianti aghi e coltelli le ferite saranno la moneta di scambio. E allora di che ti stupisci?
Come Finist, l'unica cosa che resta da fare è aprire le ali, prendere slancio, volare lontano.
Ferire e ferirsi, per quel che si è. Non per un gesto, nè una parola, ma tenere lontani per la propria essenza.
Che c'è qualcosa di profondamente sbagliato, ma quando siamo troppo vicini si smette di riuscire a vedere.
Sento i coltelli ma non ricordo più dove li ho conficcati. E come sempre riuscirò a ferirmi e ferire chi si avvicina.
Come Finist, le ali lacerate faranno gettarsi in volo. Ma i miei coltelli sono penetrati fondi a terra, e dritti dentro al suolo mi terranno conficcata in esso.
Corpo inutile che non sa parlare, che diventa un peso da portare con sè, pesante e grave. Viso irregolare e composto male, che non sono gli specchi a saperlo riflettere. E ora resta scomposto e rotto, senza occhi da guardare che sappiano rimetterlo a posto, che lo schiariscano con lentezza, dolcemente attenti.
Le tue parole come conchiglie ancora bagnate di mare, tra le mani per accarezzarmi il corpo.
E cerco di non pensare e guardare il mare, a cercare il rosa madreperlaceo che riflette il cielo, ceruleo cupo che s'immerge nell'indaco.
Forse anch'io una conchiglia rotta in balia di scogli e sale, acqua che lava e porta lontano, porta via senza lasciarsi in ricordo.
Stretti tra le dita per gocce di sangue, conficcati in gola per imporsi silenzio.
Persone amate per riuscire a guardare i propri cocci di vetro.
Persone amate nella piena luce del giorno.
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plenilunjo
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domenica 8 giugno 2008
sorrisi che non sanno di esistere
Non è felice, la vita a Raissa. Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s'appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tutti i momenti le dita con il martello o ci si punge con l'ago, o sulle colonne di numeri tutti storti nei registri dei negozianti o dei banchieri, o davanti alle file di bicchieri vuoti sullo zinco delle bettole, meno male che le teste chine ti risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d'estate le finestre rintronano di litigi e piatti rotti. Eppure, a Raissa, a ogni momento c'è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall'alto dell'impalcatura ha esclamato: - Gioia mia, lasciami intingere! - a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto la pergola, contenta di servirlo all'ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata d'un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l'ultima siepe, felice lui ma più felice ancora il suo cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice di averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: "Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa di esistere".
[I. Calvino, Le città invisibili]
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plenilunjo
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domenica 30 marzo 2008
credi di porcellana
Spostarmi è sempre più faticoso, ogni volta serve più tempo per recuperare stabilità. Valigia riempita di immagini e desideri impronunciabili, assecondati solo in una vaga e improbabile possibilità di realtà. Non per me ho scelto stoffe e colori, il tatto ha guidato la mia scelta, un certo fremito che mi piace voler immaginare. Pensieri vaganti senza ordine, macchie colorate che s'intersecano e sovrappongono in zone franche in cui sospendersi dal mondo, fantasie, sogni distanti relegati in terre d'irrealtà.
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plenilunjo
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domenica 16 marzo 2008
...speriamo mangi marzapane!
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venerdì 4 gennaio 2008
Ali
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domenica 21 ottobre 2007
Guizzini e pesci rossi
In un angolo lontano del mare viveva una famiglia di pesciolini tutti rossi.
Solo uno era nero come una cozza. Nuotava più veloce degli altri.
Si chiamava Guizzino.
Un brutto giorno un grosso tonno, feroce e molto affamato, apparve tra le onde. In un solo boccone ingoiò tutti i pesciolini rossi.
Solo Guizzino riuscì a fuggire. Nuotò lontano. Era spaventato e si sentì solo e molto triste.
Ma il mare era pieno di sorprese e a poco a poco, nuotando fra una meraviglia e l’altra, Guizzino tornò ad essere felice.
Vide una medusa piena dei colori dell’arcobaleno; un’aragosta che si muoveva come una ruspa arrugginita; pesci misteriosi che sembravano tirati da fili invisibili; una foresta di alghe che crescevano da caramelle variopinte; un’anguilla così lunga che, a volte, si dimenticava la coda; e anemoni di mare che ondeggiavano come palme nel vento.
Ed ecco che nell’ombra degli scogli e delle alghe scoprì una famiglia di pesciolini rossi proprio come quelli del suo branco.
«Andiamo a nuotare nel sole e a vedere il mondo,» disse felice.
«Non si può,» risposero i pesciolini, «i grandi tonni ci mangerebbero».
«Ma non si può vivere così nella paura,» disse Guizzino «bisogna pur inventare qualcosa».
E Guizzino pensò, pensò a lungo. E improvvisamente disse: «Ho trovato: noi nuoteremo tutti insieme come il più grande pesce del mare».
E spiegò che dovevano nuotare tutti insieme vicini, ognuno al suo posto.
E quando ebbero imparato a nuotare vicini, disse: «Io sono l’occhio».
E nuotarono nel grande freddo del mattino e nel sole del mezzogiorno, ma uniti riuscirono a cacciare i grandi pesci cattivi.
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plenilunjo
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