notte di pioggia forte, cielo in rivolta, odori acuti impregnati di buio.
al chiuso, restare immobili a guardare fuori per lasciarsi trascinare dalle gocce d'acqua, gettare fuori i pensieri per farli finire scroscianti a terra, rumori indistinti a fluire via.
gocce di pioggia a frenare la luce, schegge sospese in aria a rompere il buio.
in sottofondo tintinnio metallico, scosso dal vento.
le ginocchia raccolte al petto, lo sguardo perso, i pensieri anche.
senso di scacco, impotenza.
non poter far nulla per raggiungere ciò che cerchi, che il mondo s'intromette beffardo come a prendersi gioco di noi, inventando sempre nuovi trucchi per farci affidare al vento e poi perdere quota, schiantarci di colpo.
e incassi, e cerchi di convincerti che prima o poi ce la farai a prendere il volo e nelle correnti d'aria ci sarà equilibrio fatto di evoluzioni, planate e slanci, acrobazie che s'intrecciano ridendo, energia pura che si snoda e vibra vorticando su se stessa, gioendo di sè.
e vai avanti, giorno per giorno, un respiro fondo a salutare il sole per ricordarsi di tenere gli occhi aperti, a farsi riempire e lacrimare d'aria.
ma in fondo a tutto una mancanza acuta, a ricordare...
nostalgia e desiderio, legati stretti.
cercarsi comunque, che non puoi farne a meno.
giovedì 7 agosto 2008
notte di pioggia
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plenilunjo
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mercoledì 6 agosto 2008
per terra, desiderando il cielo
Occhi bassi che chiedono di tornare bambini, per non dovere più essere cinici, per riuscire a incantarsi di nuovo.
Ma non è troppo distante, e intrecciamo fili e voci in discorsi antichi per tagli nuovi, a cercare sorrisi sul viso mentre giochiamo sull'erba.
Ma ne ho bisogno per andare avanti.
Ho bisogno di salutare la me bambina e il suo letto giallo, che ancora sono convinta sia stato dipinto mentre dormivo, in un pomeriggio come uno di questi, con le finestre aperte e la luce a entrare con forza.
E ora seduta sul legno, quasi accucciata, svito i perni, lo distruggo e le assi cadono a terra, spazio vuoto dove c'era il passato, solo aria a restare sospesa, silenzio.
Il Giardino vibra, onde elettroniche, voci amplificate, dijeereedoo, fari puntati sugli alberi in colori di plastica, mattoni antichi che accolgono luci e storie.
Sdraiata per terra, una collinetta che ospita un albero, toni blu, alcune foglie macchiate di porpora. La terra sotto e le mani afferrano l'erba cresciuta sul secco. Una voce continua a narrare, lenta, parla, racconta storie, s'intreccia ai suoni e alle luci.
Fuggo nel buio, nel cielo, non voglio pensare a tutti i miei passati.
Sento la terra e mi rifugio nel cielo.
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plenilunjo
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sabato 26 luglio 2008
cielo di polvere
ma chi si controlla
sta perdendo il suo tempo
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plenilunjo
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venerdì 18 luglio 2008
ponti fragili, sospesi in aria
Non siamo qui, non davvero. Ci forziamo ad essere per contrastare uno spaziotempo che cerca di estrometterci, un mondo che penetra per contatto senza chiedere permesso, portandoci fuori da sè. Fuori da noi.
Fratture e fragili suture che cercano di tenere legati così da non finire totalmente fuori asse, così che i pensieri e i sentire possano ancora fluire senza trovare ostacoli sul loro sentiero. Ma poi inciampiamo, di continuo, e mentre facciamo finta che non sia così e neghiamo la cosa non facciamo altro che rinsaldare quella distanza fredda e lontana che si è andata a creare.
Qualcosa non funziona più, si recitano copioni imparati un tempo a memoria e resuscitati in incerte reminescenze, giocando con dei noi che forse non esistono più. Almeno non più con quella forma, in quello stare. Non ci capiamo più, non ti capisco, non mi capisci, ci feriamo in un niente, suoni uditi ma non più intesi.
Kairos che ci reclamano e noi a far finta di niente, convinti che un giorno si decideranno a tornare per noi, ci faranno ancora visita. E mentre lascio scorrere via penso che voglio essere io a negarmi ad esso, a questo spaziotempo, io a creare e decidere i miei momenti opportuni.
Mi rifiuto, mi ribello al tempo e alle sue gabbie, alle mie gabbie, alle mie paure, alle nostre paure, ai pregiudizi troppo stupidi per potersene fare fermare, così mortiferi, mentre l'istinto vitale è tutto ciò che bisogna seguire, che a saperlo ascoltare e sapersi ascoltare si è sempre al di là del bene e del male, fedeli a sè, vivi, aderenti a sè, e non serve altro, nient'altro da chiedere o volere.
Non mi voglio piegare alle nostre paure, non voglio sottomettermi al sentirmi inadeguata e fuori luogo, che ciò che fa bene è per sua natura buono, da accogliere senza condanne ipocrite, da seguire e da cui farsi condurre.
E quando non riesco ad abbattere i muri nei pensieri o con le parole, allora lo faccio col corpo, con ciò che posseggo di più istintuale, di più vivo, che le parole spesso portano con sè distanza, fioriscono malintesi. Ci sono troppi pensieri, troppi vissuti, nelle parole.
Ma in un colpo d'occhi, un sorriso, un abbraccio, siamo noi, noi che traspariamo, diventiamo trasparenti a noi stessi e a chi ci è caro nei nostri gesti.
E allora per primo cerco il terreno che più istintualmente ci unisce, quello dove possiamo toccarci per poterci incontrare di nuovo, al di là di ogni difficoltà.
E' un ponte tibetano sospeso sull'abisso, un'impalcatura fragile, ma solo un ponte è possibile ora, ponte che aiuta a toccare senza tuttavia avvicinare così tanto da far collassare nello schianto, ponte esile che mantiene la distanza ma è in grado di guardarla, sospeso in aria, per cominciare a traversarla.
Note, contatti, colori, in cui toccarsi.
Ti cerco per istinto vitale...
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plenilunjo
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venerdì 11 luglio 2008
riTagli
Testa che risuona sorda, colpi fondi, cupi, senza eco.
Trattengo tutti i pensieri tra le pieghe sulla fronte, bloccati per non farli arrivare a occhi e labbra, tenuti dentro per farsi più male, colpirsi un po' più a fondo.
Lo sapevo. Sì, lo sapevo. Ignoravo la cosa. Facevo finta di nulla mentre mi parlavo da sola.
Non ho nome. Non ho sguardo nè voce. A volte so di essere solo un'idea.
Peraltro mia.
Non cerco risposte. Che so le cercherei nel luogo sbagliato, da chi non posso trovarle. E in fondo il problema resto io con i miei nodi irrisolti, nodi che mi diverto a stringere, gatto a nove code fatto di parole.
Chiudo, ho chiuso tutto, me per prima.
Le vergini s'impiccavano per suicidio, stringevano il collo con un laccio per chiudere il corpo, chiudersi al mondo, uscirne.
Moderna e più invisibile uccisione, i muscoli stessi diventano corda a chiudere i polmoni.
Non voglio sentire, mi chiudo al mondo, chiudo il mondo a me, lascio fuori l'aria e mi tolgo la capacità di respirare.
Chiudo, ho chiuso tutto, me per prima.
Mi rigiro su me stessa senza mai toccarmi, aria ferma, resto immobile fuori da me.
Parole inutili, giocate in tutta la loro forza per affondare, dritto alle vene, trovate con precisione, al primo colpo.
Farsa. Favola della buonanotte che mi racconto a volte perchè i sogni siano più leggeri e la smettano di rincorrermi ad ogni buio per inchiodarmi al muro, per tutte le volte che col sole non sono riuscita a farlo per bene.
Vivo altri presenti, se avessi scelto altra vita e non questa. Mondo distorto che prende vita e s'impossessa di me, del mio corpo.
Sono scene sfocate, corpi a collassare uno sull'altro, scontri in cui non sopravvive nessuno.
Violenza di contatti per riuscire finalmente a sentire qualcosa, bramare in quella violenza l'energia che hai usato per venirmi addosso.
Giudice, accusato e boia insieme, i chiodi penetrano bene a fondo.
Sentirsi usati, stracci usati, scampoli, ritagli a respirare polvere e pioggia inquinata.
Vivere di ritagli di tempo, comprati al mercato nel cesto degli scampoli. Ogni toppa un pensiero, per abiti da vendere al miglior offerente.
Ritaglio lacero.
Forse prima o poi riuscirò a volermi abbastanza bene da non esserlo.
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plenilunjo
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domenica 6 luglio 2008
bianco terso
Contemplazioni estatiche che attraversano il corpo e lo fanno vibrare come corda pizzicata, cassa armonica che risuona lenta espandendo colori e profumi. Un sentire che non è di testa ma è un pulsare fondo, vitale.
I piedi si appoggiano sul terreno quasi potessero penetrarvi come radici, arrivare all'acqua nel sottosuolo tenuta fresca dalla terra e dissetarsi, nutrirsi di scuro e fertile. Con i polpastrelli toccare l'aria tiepida, sentirla palpabile mentre il vento nemmeno passa, giusto in alto leggero a muovere nuvole. Colori negli occhi, geometrie come arabeschi che continuano a mutare il mondo, sguardi in prospettiva, mutamenti a ogni passo. Gli aghi dei pini marittimi a ricoprire il suolo, tra campanule bianche e viola leggeri, una corteccia a scaglie dense che nella resina diventa dolceamara, miele cupo che non scivola via ma si trattiene adeso. Voci forti, accese, distanti da quel vous così formale a cui ero abituata, cortesia estrema che quasi annulla i contatti.
Mi ricarico nei cieli romani, leggeri e tersi, recupero quelle energie che i cieli grigi del nord europa mi avevano sottratto. Cornacchie scure scacciate dalle cicale che nel silenzio assolato del giorno danno un ritmo al tempo, incostante e irregolare, pensieri in moto a rincorrersi senza legami, giusto un fluire.
Modi di essere, sensibilità in un qualche senso affini, mentre scelgo nel cesto le parole più adatte, quelle che si confanno a noi. Censurarsi a volte, scegliere di continuo le parole sbagliate per cercare di venire incontro ad un pensiero o ad uno stare che ti sono estranei. Sentirsi sbagliati in partenza mentre è questione di legami; e altrove, in altri chi, le parole sono fluide, scorrono senza ostacoli a frenarne il moto, toccano a fondo, loro, giuste, accolte senza giudizio, comprese, intuito vitale.
Pagine bianche, sospensione in cui fermarsi un attimo, solo tu e il foglio vuoto. Respirare insieme alla carta e alle sue fibre, sentirne la consistenza, scegliere un punto in cui partire. E sono solo linee da snodare, senza fretta, senza vincoli, forme libere di prender vita.
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plenilunjo
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martedì 1 luglio 2008
sentire casa
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plenilunjo
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