sabato 7 febbraio 2009

walking in the air

Ecco una ninnananna, forse la mia...
In fondo è tra le storie che mi ha accompagnato di più quando ero bambina.



I tocchi del piano arrivano con dolcezza, forse tristi, a cullare lentamente.
La storia è quella di un bambino e un pupazzo di neve che prende vita una notte d'inverno, una notte soltanto, per volare sotto le aurore boreali, tra i ghiacci che riflettono la luce del cielo e le balene che escono dal mare.

Sono tratti a matita, sgranati, imperfetti, proprio per questo vibranti...
Non ci sono parole, solo musica, e una fiaba lenta e un poco triste.


Se avete mezz'ora di tempo.....

"The Snowman"
parte 1
parte 2
parte 3



[a chi fosse venuto il dubbio... sì, è David Bowie quello che compare nella ripresa iniziale.....!]

lunedì 2 febbraio 2009

sulle tracce

E' questione di dettagli, e una volta persi quelli non resta poi molto a cui tenersi.

Da sempre mi innamoro in pochi secondi, di gesti, movimenti del volto, di un cappotto... che poi diventano la persona intera, racchiusa e descritta in quell'unico particolare.

Era una sera d'inverno, i locali già chiusi e le luci basse, a tinte arancioni sui mattoni in cotto del centro, i sassi tondi del selciato. Era una sera passata a pedinare un ragazzo dal cappotto di panno nero, lungo fino al ginocchio, abbottonato di lato e col colletto all'orientale.
Forse aveva gli occhi azzurri e la pelle chiara.
L'ho rivisto d'estate, quel ragazzo, vicino alle tende nere che chiudono La Luna quando ci sono i concerti per non far vedere dentro. Ma i suoni passano, anche se offuscati, e si sta lì seduti per terra o in equilibrio sui sellini delle bici, un piede a terra e l'altro sul telaio, a godersi l'aria di giugno quando il sole tramonta.
Nella pianura padana tramonta tardi il sole di giugno, che non ci sono ostacoli all'orizzonte e il cielo continua fino a dove può arrivare lo sguardo.
Aveva una maglietta bianca, stropicciata, come c'avesse dormito. E d'improvviso in quel cotone dismesso si è dissolta la magia del cappotto invernale, allacciato di lato e col colletto basso, girocollo come si porta all'orientale.
Ogni tanto lo incrocio ancora, il "ragazzo del cappotto", e anche se lui non sa chi sia appena lo supero e non può vedermi gli sorrido ogni volta.

Sono dettagli, che ti fanno fissare gli occhi in un punto e non sai più tirarli via.
A volte è un sorriso, di solito per me è il modo di guardare, limpido e aperto, diretto.
Mi incanto negli sguardi che sanno prendere in sè, accogliere senza voler dividere il mondo in bianchi e neri.

Dettagli, che quando si allontanano restano in tracce sfilacciate.
Toni, esclamazioni, profumi che d'improvviso ritroviamo altrove, a centinaia di kilometri di distanza, di cui avevamo perso ogni ricordo ma che di colpo si ripresentano vivi.
Sono mozziconi di parole, le più udite.

Forse è il mio nome, nelle sue tante storpiature, unico per ogni persona che mi sia entrata dentro, che mi richiama.
Ognuna mi dà il suo nome, nuovo nome con cui rinascere ogni volta, per altre mille vite.

In fondo, le voci ho imparato a farle tornare.

domenica 1 febbraio 2009

farfalle di sabbia

Il tempo passa senza che nemmeno me ne accorga, esaurito prima che abbia anche solo pensato a cosa farne.
E' sabbia gialla fatta di pietre sgretolate, anch'esse nate da sabbia. Il vento ne accarezza la pelle ruvida e la trascina poi con sè, vento giallo che graffia ciò che incontra. Non c'è niente sotto ai mulinelli, sabbia su sabbia che gira intorno.
Attese indolenti senza punti di fuga a deviare lo sguardo. E dal labirinto esce solo chi è felice.

Vivo questa città da dentro, troppo per riuscire a guardarla.
E allora faccio come nei luoghi che mi ospitano a breve termine, quelli in cui sono come in prestito. Quasi tutti in fondo...

Torno a casa a piedi, col cielo che ancora gocciola e lascia i muri luccicanti e i ciottoli che sembrano appena usciti dall'acqua, vomitati a riva dal fiume dopo una piena.
Quasi sguiscio e inciampo nei nostri ricordi, ti saluto silenziosa muovendo le labbra senza voce, senza pensarci. Luogo che forse ci ricorda come pochi altri, lì seduti a terra abbracciati dalle mura del castello, il fossato intorno a parlarci d'acqua e dirci di distanze.

Ho perso le parole del buio, dei miei passi che toccano appena il suolo senza far rumore, quando plasmo statuine di cera che parlano tra loro.

Do vita a un sorriso di profilo, a gesti che sanno di casa pur non avendoli mai visti prima. Sono fili di lana sdruciti sui polsi, come tele di ragno a imbrigliare i dorsi delle mani, la stoffa a scaldare i palmi.
Fingo di andare a disegnare parole in aria e resto a guardare, incapace di me.

Di nuovo e sempre in partenza, non posso cercare legami da abbandonare. O forse è la scusa che mi do per non tentare davvero, e restare tra me.
Non ho più occhi che sorridano di me, non ci sono braccia che mi tengano vicina, senza farmi andar via. E ogni volta è la bugia che mi racconto per fuggire e iniziare altra vita, come potesse essere diversa, come potessi essere diversa.
In fondo resto sempre io...

Farfalle senza polverina sulle ali tenute sottovetro, sperando che prima o poi vada in frantumi.

mercoledì 21 gennaio 2009

la luce è nascosta nell'ombra

Legarsi, stringersi forte.

Resti lì con le braccia spalancate, in procinto di volo o per accogliermi contro il petto, stretta forte.
Noi a mondi opposti che si fanno guerra a vicenda. Talmente prossimi che io inizio dove finisci tu...



Mattine d'estate, stesi su un letto che ruba all'ombra un filo d'aria, recuperato in soffio dal mare.
Non darsi mai per scontati, ogni giorno daccapo, in orizzonti verticali che ruotano e sfumano mentre il sole sprofonda sullo Jonio blu cobalto.
Tra difetti e ferite, sono desideri che danzano nei riflessi d'ombra, lì dove il sole filtra e sgrana l'aria.

-Buongiorno
-Good morning

La luce è nascosta nell'ombra.

lunedì 12 gennaio 2009

nautilus, dandelion, fuochi fatui

Le parole si sono chiuse come un nautilus, non mi lasciano entrare.
Smetti di scrivere per altri immaginari. Scrivi per qualcuno, per te, per nessuno. Ma non scegliere altro.
Non lanciare parole come semi di soffione... Mascherati di lanugine non possono mostrarsi nè darsi. Nemmeno attecchire.

Cercare l'incoscienza per lasciare il giorno, dare e prendere, scrollar via i pensieri che fingono o cercano di essere per lasciare spazio alla marea che oscilla lenta, tra i capogiri che accompagnano il sonno.
Via i pensieri, fatti di razionalizzazioni continue, talmente tante da esaurire tutte le energie. E poi non resta forza per far altro che l'ultimo nodo al filo e prenderlo tra i denti per spezzarlo.
Lasciarsi andare, è l'unica strada, senza pensare.

Sensazioni che scorrrono sotto la pelle più superficiale, sussurrando cose che non voglio sapere, non vorrei sentire.
Ogni volta che ci accontentiamo di noi ci allontaniamo un poco in più, prima o poi rischieremo di perderci. E se fosse già successo, mentre eravamo distratti e coi pensieri altrove, senza guardarci...?

Ogni giorno costruiamo le nostre maschere, scivoliamo tra le rughe del cuoio piegato da artigiani dalle mani ruvide e le dita antiche. Forse solo apprendisti stregoni che non sanno con che giocano - o non sanno a che giocare e riempiono il tempo di lucciole e fuochi fatui.

Giochiamo e recitiamo copioni ad arte finchè le maschere non si appoggiano alla pelle, ci s'incollano addosso.
Ci siamo persi quando abbiamo accettato tutto questo, un addio sussurrato a mezza voce, appena un bisbiglio, quasi dolce...

sabato 3 gennaio 2009

le briciole brillano alla luna?

Lasciamo troppo spesso che altri decidano per noi, traccino vie, le nostre modalità d'essere.
Ti accontenti di briciole di pane che sotto la luna non brillano e si confondono alla sabbia, beccate dagli uccelli notturni dalla voce stridula che gratta in gola e contrae la pelle. Tra gli alberi il vento fischia, e il tuo respiro non lo senti più.
Fingo, fingo, fingo di continuo, convincendomi che le briciole gettate tra la polvere sono tutto ciò che desidero. O forse non mi voglio così bene... E allora penso che sono tutto ciò che merito.
A furia di gettarci tra la polvere diventiamo mendicanti.
Frugo nel cesto degli scampoli, cercando stralci di me da dar via per nulla in cambio.

E mi chiedo cosa succederebbe se iniziassi a cantarmi come Vassilissa la Bella con le vesti ricamate d'argento, che solca le onde vestita da esse e con manti di spuma...

Chissà, forse non c'è davvero nulla in fondo.

Dischiudi il vaso, senza pensare.
Mal che vada l'aria potrà comunque entrare dentro, fischiare nei cerchi della terracotta che dal fondo salgono alla bocca, portare con sè profumo di argilla e buio, impronte umide tra terra e aria.

venerdì 2 gennaio 2009

le matite graffiano i fogli

Usare mezzi inutili e tristi come parole tracciate su un asfalto da calpestare senza cura, sporcate della neve imbevuta di smog che ricopre le cose.
Non è più tempo di cura e sorrisi, e dovrei imparare a capirlo.

Vado presa a piccole dosi, forse solo in questo mondo fatto di segni in bianco e nero in cui la prossimità è fittizia e le varie tempeste che porto con me sono tenute distanti, a scaricare sul mare.

Parole che esplodono, ancor più perchè non possono essere dette.
C'è un cuscino contro la bocca mentre le grida vogliono uscire, le lenzuola s'infilano in gola e premono sulla lingua per insegnarle a tacere.

E' tempo sbagliato questo, e il modo non fa che seguire il tempo.

Smettiamola di fingere che io possa tracciare immagini belle, o parole per evocare pensieri. Almeno cessiamo di fare commedia.

Non capisci perchè piango, non so se riuscirai a farlo.

Cerco scatole buie per non pensare.
Continuo a progettar fughe, per non dovermi scontrare con me.
In mano una matita senza punta, io, un abbozzo che non sa che fare con sè.