sabato 18 aprile 2009

urban tales



Come un carillon suonato leggero, tocchi acuti che si sentono appena, quasi persi e assorbiti dall'aria.
Attraversando tanti luoghi, davvero favole urbane a rincorrersi e succedersi, per voci amiche e braccia strette intorno al corpo.
Sentirsi accolti, di continuo...

Etrangère ou chez moi dans tous les lieux.

Straniera o presso di me ovunque mi trovi... Non c'è un luogo da chiamare casa, che non so se voglia dire che non ce n'è nessuno oppure che ce ne sono molti. Ognuno con una sfaccettatura di me, una delle mie varie vite che mi aspetta lì, sospesa per continuare quando tornerò.

E' stata Paris, con il mio fiorellino personale che mi guarda e sorride, mentre insieme seminiamo continuamente gocce di pioggia a nutrirci.
P., così, senza altre definizioni, che è parte di me e lo scopro quando le sue vie si mostrano così familiari da non dover prestare loro attenzione.
Dall'ultimo piano del Beaubourg un colpo d'occhio ad abbracciarla tutta, fino a MontMartre sulla sua collinetta, in quel bianco strano che con la luce della sera si sporca di grigio, come stesse morendo un poco prima di accendersi per la notte.

Roma, ancora, ogni volta di nuovo e nuova, con altri volti da mostrare, altre voci.
Aspettare che le strade lentamente diventino familiari, conquistate metro dopo metro nei vari momenti del giorno.

Col mio fuoco fatuo sospeso sul tavolo, luce dai colori caldi che non emana calore.

Il mio corpo intanto lacrima sul marmo e senza scalfirlo lascia tracce di sé.
Di giorno lo chiamano grano, devi socchiudere le ciglia e aspettare le ombre per notare un bagliore.

Chiudi gli occhi...

martedì 31 marzo 2009

on the moon

una piccola favola, per iniziare a volare fin dal mattino.

domenica 29 marzo 2009

passi a tempo di pioggia

Sono circa le 2, ormai le 3, in un cambio d'ora perchè il Sole arrivi alla sera senza stancarsi prima di noi, per sentire l'aria addosso senza doversi coprire e riparare dal mondo.
Piove e per le strade l'acqua si mischia alla polvere, alle croste di corteccia, ai rami fini e sottili dei cipressi, a volte perfino sembra portare con sè una nota d'alloro.
Camminare sotto l'acqua giocando con le gocce, per smettere di stare rinserrati tra sè e sè.

venerdì 20 marzo 2009

sguardi sospesi

Accucciata sul mio letto sospeso, in altezze che oscillano tra voli e vuoti d'aria, fremito di pelle e cuore agitato.

Fuori piove, probabilmente scroscia forte; prima le gocce si sentivano schiantare sulle foglie grandi del ficus, dalle fibre robuste e la consistenza sostenuta, piegate a conca a trattenere l'acqua che cade. Ma ora, attraverso i vetri e le tapparelle giù si sente appena qualche rivolo, un brusio di sottofondo, quasi un respiro.

Nido viola sotto un soffitto che si smussa agli angoli e raccoglie tutto,
come una coccola lenta.

Giorni passati a combattere fantasmi di me, perchè non mi facciano indietreggiare, perchè mi lascino respirare anche nel nuovo, in ciò che non conosco e spiazza e spaventa.
Piano piano, imparando a riconoscere ciò che mi circonda da quelle imago che non esistono e che sono io a plasmare dando loro vita, creando un mondo d'intorno che non c'è.
Forse non è vero nulla e in realtà sotto i neon rossi rotolano matasse di sterpi.
Ma non importa e si va avanti giorno per giorno, a recuperare energie e lasciarle fluire, a lasciarmi vivere...

Troppo spesso è frenesia di fondo, che resta compressa e batte sorda come una grancassa frenata.
Voglio un cuore che vada a tempo, che la smetta di ossessionarmi convulso quando non sa che fare solo perchè troppo insicuro per semplicemente agire.

Essere scostanti è un'ottima maschera. Consente di tenere alla larga, così da essere sicuri di non poter essere avvicinati abbastanza da poi deludere.

Paura... E' solo paura...

Ho bisogno di tempo, di far sì che i gesti e le voci diventino familiari, sedimentati a diventare un po' parte di me, così da poterli riconoscere la prossima volta, senza più bisogno di restare all'erta.

E' solo paura...
Dammi tempo di abituarmi a te, di non sentirti più nuovo, più estraneo...

giovedì 12 marzo 2009

oniri(k)o

corridoi arancione acceso, toni di giallo a venarne la superficie, estesa senza limiti.
angoli noti che diventano surreali, si avvicinano e allontanano in un istante per tempi dilatati e di colpo compressi, come una matassa di cotone stretta tra le dita a premere lenta e soffice sul palmo della mano.
piastrelle azzurre colme d'acqua, movimenti scomposti in andirivieni incompresi, piume nere macchiate di bianco ad incorniciare il cuoio di un volto di sciamano.
rossi laccati invadono l'aria, riflessi d'intorno su gesti di legno, come marionette agganciate al filo.

parole sparse, voci a mischiarsi, senza capire più se sono io a sognare o è il mondo che si è messo a sognare con me.
si sovrappongono stesse parole su timbri diversi, doni ricevuti da una voce che non so se sia la mia oppure no.
non importa...

lo so che metto le spine intorno, ma in realtà cerco solo carezze..
no, non è vero, niente spine, niente spine per te,
solo piume...

martedì 17 febbraio 2009

oggetti ruotanti non identificati

Roma non è amica delle biciclette, ma non mi va di farmi bloccare da questo.
Forse è la mia piccola rivoluzione privata, testarda e cocciuta nell'usarla anche qui nonostante io sembri un pesce che decide di farsi una passeggiata sul bagnasciuga...

La mia bici è parcheggiata paziente all'Eur, in attesa che vada a recuperarla. Io sto dalla parte opposta di Roma e la strada che dall'Eur entra in città è infattibile con due ruote non motorizzate, verrei asfaltata nel giro di 500 metri. Unica soluzione è caricarla in metro per un pezzo e già che ci sono arrivare in centro risparmiandomi svariati chilometri pedalando!

Fermata Marconi, gabbiotto delle informazioni Linea B
io: -Scusi, vorrei chiedere una cosa... Biciclette? Come si fa?
(maledetta me che parlo e scrivo sempre in nominale senza usare verbi, e spesso nemmeno complementi!)
-No signorina, guardi, qui bici mica le vendiamo.. (e parte un sogghigno da gatto del cheshire che gli taglia in due la faccia!)
io: -Davvero?? No, ma come?? E io che credevo....
Ghignamo per un po', dopodichè mi conferma che posso portare la bici, ma solo dopo le 9 di sera.

Mille giri e spostamenti vari per chiudere il trasloco in un giorno solo. Arrivano le 9.

Eur Fermi, la bici attaccata a un lampione dietro i cassonetti, nessuno l'ha notata o forse è considerata troppo inutile per essere presa in considerazione. Persino il campanello è ancora al suo posto nonostante sia agganciato al manubrio solo a scatto!

Metro, ostacolo numero uno.
-No signorina, non può passare. Solo i festivi.
io: -No no, anche i feriali, ma dopo le 9.
-(sguardo perplesso) Aspetti che sento. (telefonata) Passi, passi!
io: -Non riesco a fare il biglietto per la bici, mi potrebbe aiutare?
-Ma che biglietto, mica serve!!
[peccato che il sito dell'atac non dica così.. anyway meglio così, un eurello risparmiato!]

Verso la carrozza in testa, dato che sulle altre la bici non può salire.
Arriva il treno e vedo l'espressione del conducente: occhi strabuzzati come se avessi gli sci addosso e stessi pattinando sulla banchina! E invece sono solo in attesa con una bicicletta a mano...
Stussi e sballottolamenti vari, vagoni già praticamente deserti, si arriva a Termini!

Sembro talmente sbarcata da un altro pianeta che il guardiano quasi mi adotta, gran sorrisoni e mi fa passare dalle barriere speciali.
-Allora signorina, come la portiamo su 'sta bicicletta? Chiamo l'ascensore o si fa le scale?
io: -Beh, se c'è l'ascensore è fantastico!
-Vada vada, glielo apro io da qua, non spinga niente, eh, mi raccomando!

Gabbiotto di acciaio satinato in cui inizia a salire un po' di claustrofobia, per fortuna il tragitto è breve e sbuco su Piazza dei Cinquecento! Un respiro d'aria e di sera e si va, su in sella tornando verso la stazione per prendere via Cavour.

Di nuovo mi rendo conto che una bicicletta fa scalpore, nonchè occasione per tentativi di attaccar pezze senza fine da parte dei tassisti fuori Termini!

-Ma che? Torni a casa in bici? Con 'sto freddo??
io: -Ebbè, che no?
-Brava, brava! Ma attenta, eh?!

Prendo via Cavour, godendomi la discesa a velocità elevata, l'aria gelida in faccia che fa lacrimare gli occhi e arrossare le guance. Arrivo a S.ta Maria Maggiore, tratto in salita da fare pedalando in piedi dato che da strade tutte in piano non sono ancora abituata ai dislivelli romani! Per fortuna via Merulana è tutta in discesa, spingendo forte per andar veloce e ignorare il vento gelido che si è abbattuto su Roma.
Arriva un pezzo in salita e tra le macchine e gli occhi che lacrimano a non finire vedo una figura in rosa acceso che mi inizia a gridare addosso.
Bene, probabilmente possiamo raggiungere il clichè massimo stavolta: uomo, pelle nera da profonda Africa, caschetto castano, vestitino attillatissimo rosa schocking con boa in coordinato, accento spiccatamente francese!
-Ma bonne, qu'est ce que tu fais?
Seguono parole varie che col vento addosso non capisco minimamente, ho solo il vago sospetto che non fossero apprezzamenti però....

Via Merulana finisce e S. Giovanni mi sbuca d'improvviso davanti, anche se all'inizio non lo riconosco.
Passo gli archi, inizio a riconoscere vie.
Sono le 10 passate...
Casa...

domenica 8 febbraio 2009

in cerca di terra

freddezza autoimposta

ti sento lontano
mi manchi
mi blocco per non restarci male al sentirti distante
non sentirti mai
non sapere il tuo mondo nè poterti raccontare il mio


mi manchiamo
e ho l'impressione che tutto sia già deciso, per lo meno dato

appeso in un burrone per un filo impigliato a un ramo
lì lì per spezzarsi
ramo o filo


dire mi manchi
ad occhi chiusi
o senza senso
a chi non c'è più, chi è lontano, forse già perso

forse amo la mia pelle dipinta di viola
in quei mi manchi che sono già andati
trascinati via con la spuma del mare


per un istante
rubo parole a me stessa
le rubo a chi le ho dette

per tutte le volte che sono dovuta partire
quando ho lasciato o ho sentito andar via

per tutte le partenze che detesto
come se una ruspa stesse tranciando le mie radici
senza cura
ribaltando la terra scura e i sassi tra cui mi ero fatta spazio

non ho mai imparato a lasciare andare
e ogni volta che parto muoio un poco
mi uccido per trapiantarmi altrove
innesti a metà

ho bisogno di affondare radici.
cerco terra...